Concertazione, paura di decidere

di Edward G. Ross

 

Sergio Romano, con la sua chiara e bella prosa avverte il governo, che ha pianificato incontri con  i sindacati, sui tanti guai che il metodo della concertazione ha generato nella finanza pubblica, “quasi tutti gli accordi col metodo della concertazione sono stati raggiunti grazie a compromessi che distribuivano compensazioni, permettevano al sindacato di esibire la prova del proprio potere e incidevano pesantemente sui conti dello Stato. Se abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi e accumulato un enorme debito pubblico, lo dobbiamo anche alla concertazione. Il sindacato ha funzioni importanti e dev’essere messo nelle condizioni di esercitarle con la massima libertà. Ma tra queste funzioni non vi è quella di concorrere al governo del Paese.” Editoriale di Sergio Romano, Corriere della sera, 4 gennaio 2012.

Alle origini del metodo della concertazione c’è l’idea che chi ha ricevuto dal popolo e dal Capo dello Stato il mandato di governare, non deve cedere parte della responsabilità conferita, all’opposizione con cui negoziare leggi importanti per il bene del Paese. Il  metodo democratico di concepire l’attività di governo, in particolari momenti di crisi  economica o sociale come il risultato di una trattativa con i partiti dell’opposizione, è diffuso  in Europa come in America e ha lo scopo di rendere  una legge impopolare (sono sempre impopolari le leggi che fanno il bene di un Paese) condivisa anche da chi ne sarebbe contrario. In Italia però questo sistema è definito spregiativamente inciucio. Invece se il Governo esce dalla sede istituzionale e condivide la sua azione con le parti sociali dalle quali riceve il via libera dopo aver pagato pegno, questa si chiama in modo meno fantasioso, concertazione. Una prassi consolidata in 30 anni di concerti; e il risultato è ben evidenziato dall’autorevole editorialista del Corriere.

La ricerca del consenso fuori dal Parlamento è mimetizzata da intenti ecumenici “dobbiamo tenere unito il Paese, non dividerlo” e nasconde la paura della Piazza, degli scioperi generali, del popolo dei fax che oggi sarebbe quello delle mail e dei social network. E siamo al nocciolo del problema. La Paura di non poter tenere a bada  folle inferocite e minacciose è la leva che spinge i nostri politici cuor di leone ad apparecchiare il tavolo con le parti sociali. Paura, che nel 1984 non ebbe l’unico leader politico italiano contro cui si schierarono sindacati, partiti d’opposizione e perfino una parte del partito con cui condivideva l’onere del governo: la mai dimenticata democrazia cristiana, intramontabile Araba Fenice.

Tutti insieme montarono un bel referendum contro il decreto di San Valentino che bloccava la scala mobile, un referendum populista, contro ogni evidenza di razionalità. Craxi fu accusato di decisionismo, si trovò solo, senza alleati;  parlò, e vinse. Egli seppe mobilitare le coscienze dei cittadini verso uno scopo più alto di quello di partito. Cosa sarebbe successo se invece del decreto, Craxi avesse concertato con le parti sociali una soluzione condivisa? Altro che spread di questi giorni, saremmo una repubblica delle banane.

Un effetto indotto altrettanto dannoso della concertazione è quello d’aver abituato i politici a produrre leggi più per lisciare il pelo agli elettori che per risolvere problemi di interesse generale. Alla domanda  “cosa si propone di fare con il suo partito?” deputati e senatori, intervistati la scorsa estate da giornalisti, in varie trasmissioni radiofoniche e televisive hanno risposto con malcelato orgoglio “siamo scesi a Roma per  fare quello che interessa al nostro elettorato”. Va da sè che persone con una visione così chiara e “alta” della propria missione politica, non sarebbero  minimamente in grado di reggere lo stress da sciopero generale continuato magari per due o tre mesi, come quello con cui le Unions dei minatori Inglesi sfidarono la Tatcher negli anni ‘80.

Il problema in Italia è aggravato dal fatto che in Parlamento sono rappresentati diversi partiti e gran parte degli eletti, chi più chi meno, ha la visione concentrata sul “proprio particulare” senza curarsi di alzare lo sguardo su tutto il Paese. Perfino nella precedente coalizione governativa i due  partiti di maggioranza, nel preparare le manovre della scorsa estate, miravano in primo luogo a soddisfare gli interessi e le aspirazioni dei loro elettori, o di evitare alle loro famiglie sacrifici economici. Direte cosa c’è di male? Nulla, solo un paradosso. I due partiti che hanno vinto le elezioni sono stati mandati a casa dopo due anni e dopo un numero imprecisato di manovre finanziarie, perché non sono stati capaci di negoziare neppure fra loro una posizione comune per pensioni e tasse sulla casa. Fortunatamente con il loro addio, il Paese ha evitato l’ennesima concertazione fra governo e parti sociali.

Ma ora al governo ci sono i tecnici e i professori che non hanno elettori da compiacere e voti da conservare. Il pericolo sono i riflessi condizionati dalla Paura che conducono alla concertazione.

Vorremmo offrire  qualche consiglio. Per svago, leggano solo poemi a sfondo epico che temprano lo spirito, rifiutino le luci della ribalta dove si parla solo per compiacere se stessi e l’intervistatore; e, se proprio tirati per i capelli, entrino in scena, ma  sotto i riflettori evitino di fare comizi o di indulgere in monologhi dal tenore  paternalistico; invece utilizzino la parola per mobilitare le nostre coscienze verso i grandi scopi per i quali gli è stato conferito il mandato di governare il Paese in tempi così incerti e turbolenti.