La cultura d’impresa del Prof. Monti

di Gabriele Pillitteri

Il destino di ogni impresa, grande o piccola dipende dalla sua cultura: il fattore C, che ne traccia il cammino fin dalle sue origini. Il successo e l’insuccesso, i comportamenti singoli e quelli organizzativi, la visione e gli obiettivi sono correlati alla cultura d’impresa. Quando un imprenditore crea un’organizzazione è animato da una visione, dal suo modo di concepire il business e di identificare e servire i suoi clienti, dal suo modo di gestire le persone, e i fornitori. Tutto ciò attiene alla cultura d’impresa che l’imprenditore condivide con i suoi più stretti collaboratori.

Durante il primo decennio del secolo, il management ha scoperto l’importanza della cultura d’impresa e ne ha riprodotto i concetti in sintesi nella carta dei valori. Anche se talvolta i comportamenti configgevano con le dichiarazioni forse un troppo pompose delle carta, oggi gran parte delle organizzazioni è cosciente che dall’analisi della cultura d’impresa bisogna partire per migliorare la prospettiva del business o, se necessario cambiarla.

Nelle convention si sentono top executives che davanti a platee attonite presentano le strategie future con questi incipit: “colleghi, sapete perché oggi siamo qui? Perché stiamo andando fuori dal mercato. Sapete perché la concorrenza ci sta soffocando e i clienti cominciano ad ignorarci? Sapete perché i due migliori analisti se ne sono andati? Perché abbiamo una cultura non più adatta a reggere le sfide della contemporaneità. E’ vecchia, fondata su principi che avevano senso 20 anni fa. Se non vogliamo sparire in qualche anno dal mercato dobbiamo rinnovare la nostra cultura organizzativa e il nostro modo di concepire il cliente, il contrasto alla concorrenza, le relazioni interne.

“Sarà un cammino duro e faticoso, dovremo mettere in discussione certezza consolidate dai passati successi, le nostre posizioni, i nostri ruoli, le nostre competenze, i nostri stipendi. A proposito cominceremo proprio da quelli più elevati una riduzione del 10%, poi accorperemo più funzioni, rivedremo i processi per diventare tutti più produttivi, i commerciali dovranno abituarsi a diventare imprenditori lasciando il posto caldo dell’ufficio per andare sulla strada a cercare i clienti come un tempo facevano i mercanti. Con i risparmi finanzieremo corsi di formazione: per i 4 dirigenti ci sarà un coach che li riabiliterà a concepire la nuova visione, per i quadri è già pronto un progetto di action learning. Dimenticavo, il nostro nuovo paradigma culturale sarà <>. Il nuovo obiettivo strategico è quello di ottenere il rispetto di tutti: clienti, lavoratori, istituzioni. I consumer habits sono improvvisamente cambiati, è iniziato un nuovo trend sociale improntato al risparmio, al recupero, al riutilizzo di ciò che solo qualche anno fa finiva nella spazzatura. Potete contarci: lì dentro noi non ci finiremo. Buon anno”

Chi ha ascoltato le parole del Capo del governo in occasione della presentazione del decreto “Salvaitalia”, non può non trovare una forte consonanza fra le parole del Prof. Monti con quelle dell’immaginario executives. Non provenendo dalla politica il prof. Monti e la sua squadra (i ministri si chiamavano per nome durante la conferenza stampa, proprio come facciamo noi durante le riunioni), ed avendo assimilato cultura d’impresa ha presentato il decreto come una tappa fondamentale per rinnovare i paradigmi fondativi della società italiana. Se abbiamo speso troppo ora dobbiamo risparmiare, se abbiamo abusato del credito ora dobbiamo recuperare credibilità, altrimenti nessuno ci farà più credito, se non sapremo fare determinate attività le impareremo.

Ora che il dado è tratto, e niente sarà più come prima, perché le buone abitudini sono contagiose come e più delle cattive, ci aspettiamo che i comportamenti nelle organizzazioni protette acquisiscano al più presto la visione, le best practices e lo stile della nuova squadra di governo. Parliamo dei partiti, dei sindacati e di tutto ciò che il denaro pubblico sovvenziona per mezzo dei partiti, laddove la concorrenza, vera forma di controllo e di miglioramento, è inesistente: sanità, università, enti locali.

Ci aspettiamo, per incominciare una profonda autocritica dei leader di partito: che si mettano in discussione, si rimangino le illusioni che si sono perdute negli spread, chiedano scusa degli errori commessi, delle valutazioni semplicistiche, delle alleanze contro natura. Solo così potranno recuperare la credibilità perduta. Intanto Maroni ha gridato dall’opposizione “la Lega sola contro il governo”. Sì, sola dietro la lavagna con in testa un cono di carta con la scritta “ Asino”.

Dai sindacati sarà difficile che provenga una voce di autocritica. E’ una organizzazione chiusa che per principio deve sempre aver ragione, tuttavia le parole d’ordine che partono dall’alto non sempre arrivano alla base con la stessa intensità e virulenza. Possono scontrarsi con la ragionevolezza dei militanti. Comunque una bella cura di modernità, che li aiuti a entrare nel XXI secolo non è escluso che capiti improvvisamente anche ai sindacati più conservatori.

Il resto è silenzio. Per ora.