Si può uscire dalla crisi?

di Gabriele Pillitteri


L’Arte di Lavorare offre a coloro che hanno passione per il proprio Paese, e idee fresche da far assaporare, lo spazio per scrivere riflessioni e spunti di come si potrebbe uscire dalla crisi. Le idee non sono oggetti  che perdono valore quando passano di mano in mano, le idee sono beni immateriali che acquistano valore con la diffusione, la condivisione e la critica.  

DA DOVE SI COMINCIA?

L’abitudine di concentrare le energie mentali sui problemi, distoglie dalle fatiche di mettere a fuoco le soluzioni. E così sia del problema dei problemi: la crisi economica che ha maggiormente colpito i  paesi più industrializzati dal 2008. Crisi che continua ad essere  argomento di dibattiti, di scioperi, di manifestazioni indignate, più per le cause che hanno messo in mostra taluni deficit di regole del mercato finanziario, che per le soluzioni. E se continuiamo a ragionare con i paradigmi del passato non troveremo alcuna soluzione. L’ esempio ci viene dall’America. Confidando nel fatto che l’economia americana ha sempre avuto nella finanza e in  Wall Street il motore della crescita, il presidente Obama non ha messo le briglie alle banche d’affari reintroducendo il Glass–Steagle Act del 1933, disattivato da Clinton nell’ultimo anno della sua presidenza. Ma nonostante il fluido magnetico della finanza, per di più rifinanziata dal Governo nel pieno della crisi, il tasso di crescita in USA è meno di un terzo degli anni ’90 e il tasso di disoccupazione, stabile al 9%, è raddoppiato.

Portiamo  in  discarica i detriti culturali delle vecchie ricette, e proviamo a cercare soluzioni nelle abitudini e nei comportamenti delle persone ( lavorare, vivere, governare) dal cui cambiamento può derivare lo sviluppo di nuovi mercati senza il quale dalla crisi non si esce.

LAVORARE: La soluzione lavoro h24

E’ una opzione obbligata in un blog che si chiama Arte di Lavorare. Il grande e inaspettatamente veloce susseguirsi di

innovazioni tecnologiche e l’impatto della globalizzazione sui fattori competitivi delle imprese, hanno trasformato profondamente le organizzazioni e “impollinanato” la cultura dei lavoratori più disposti al cambiamento che, però, continuano ad operare in un ambiente politico e sindacale retrogrado, conservatore, per niente incline a cambiare radicati convincimenti ideologici. Prendiamo il caso dei lavori pubblici: strade, autostrade, metropolitane, parcheggi, ed altre  infrastrutture; se le imprese appaltanti dovessero lavorare h24  il PIL aumenterebbe in modo significativo, sia per l’impatto economico determinato dal maggior numero di persone che farebbero parte dei tre turni, sia per l’indotto che metterebbe a segno il suo potenziale generativo di lavoro. Senza dimenticare il vantaggio per il pubblico utente delle opere che, prendendone  possesso in tempi molto più brevi, migliorerebbe anzi tempo il profilo economico delle attività commerciali e sociali.

Un altro settore che ben si presta ad un’attività h24 è quello della diagnostica. Macchinari costosi che diventano obsoleti per il cambio generazionale delle tecnologie, sono sostituiti  prima ancora d’essere  ammortizzati, da altri macchinari ancora più costosi, che rimangono inutilizzati 16 ore su 24,  mentre i pazienti  aspettano alcuni mesi per avere una diagnosi. Non sarebbe solo un business impegnare h24 le nuove tecnologie applicate alla salute, sarebbe anche una manifestazione  di attenzione e rispetto verso i cittadini.

Il lavoro h24 potrebbe diventare il nuovo paradigma “lavoro e comunità” dell’Italia che vuole uscire dalla crisi con la forza delle idee applicate al cambio di abitudini e comportamenti. Le idee sono contagiose quando funzionano, e nuove attività industriali potrebbero trovare nel lavoro h24 una ottimizzazione organizzativa; pensiamo alla  raccolta e allo  smaltimento dei rifiuti, e i nuovi servizi connessi a questo settore, che in Italia non ha ancora trovato le leadership culturali e imprenditoriali per gestirne il grande potenziale di sviluppo.

Poi c’è  il turismo. Le bellezze artistiche  che tutto il mondo ci invidia, richiamerebbero molti più turisti se questi sapessero di poter visitare i musei anche nelle ore notturne; e la pubblicità, che  le istituzioni locali e nazionali utilizzano a sproposito, avrebbe almeno un po’ di senso.

Un settore più refrattario di altri  al cambiamento di abitudini è la quantità sterminata di piccoli negozi disabituati alla competizione, ma sarà inevitabile anche per loro il contagio culturale che porterà alla liberalizzazione degli orari di tutte le attività commerciali, lasciando al singolo imprenditore il rischio e l’opportunità di decidere le aperture e le chiusure sulla base del servizio che intende offrire al cliente.

Un suggerimento per le scuole; cosa c’è di meglio per dare un senso compiuto alla loro missione, che  rimanere aperte di sera per insegnare la lingua italiana  alla popolazione  extra–comunitaria?

Infine l’immagine. L’impatto della sigla  h24 alivello mondiale desterebbe  un rinnovato interesse per un Paese, che disattento al servizio e ingessato da una burocrazia bizantina,  improvvisamente si sveglia e lavora 24 ore al giorno.

Un cambio di cultura di tale portata, per affermarsi e vivacizzare la società ha bisogno prima di tutto che se ne parli. Noi ci proviamo.

  • Paolo

    Il Dottor Pillitteri ha sempre argomenti sfidanti. L’intervento di stampo Rooseveltiano nello “stato h 24″ mi trova ovviamente concorde.
    In tema di lavoro privato, apriamo il libro dei sogni per pensare ad un nuovo concetto di impresa, lontano dalle logiche attuali, in cui vi sia una trasparente partecipazione proporzionale agli utili di impresa da parte dei dipendenti, magari proprietari di quote dell’azienda, una contrattazione che abolisca la rigidità dell’orario di lavoro quotidiano, puntando su un orario settimanale perché un dipendente responsabilizzato produce molto di più (e questa sarebbe una riforma semplicissima) e può con più facilità gestirsi il suo tempo di vita, mentre oggi l’obsoleta equazione: sta molto in ufficio=lavora molto, è ancora fin troppo in auge.
    I modelli di flexecurity del nord Europa sono i migliori per quanto riguarda la gestione del lavoro coniugato alla sicurezza sociale, occorre prenderne spunti, così come dalla flessibilità regionale tedesca sui contratti, che vanno adeguati (verso l’alto) al costo della vita nelle diverse zone, abolendo una massificazione da “piano quinquennale” che oggi grava sui contratti collettivi.
    Secondariamente la liberalizzazione delle professioni e degli orari delle attività commerciali, nessuna barriera all’ingresso per chi svolge una professione, nessuna tariffa minima, nessun divieto alla pubblicità dei professionisti.
    Semplificazione dei contratti di lavoro, quattro/cinque macro – categorie, per snellire una burocrazia folle.
    Presupposto per tutto ciò è il portare a livelli civili l’evasione, l’elusione e il lavoro nero, ovverosia quasi raddoppiare il Pil italiano e quindi poter competere in maniera reale con le altre economie, e in alcuni ambiti non è per nulla complesso: basta spostare la fiscalità dalla persona ai beni, rendere favorevole la richiesta della fattura per ogni prestazione professionale ed obbligare al pagamento elettronico qualsiasi prestazione. Dopo un anno di difficoltà una progressiva riduzione delle imposte, inizialmente per le aziende e per i dipendenti, innescherebbe un circolo virtuoso, base su cui costruire una economia finalmente libera dai partiti.

  • Loredana

    Certamente non sarà facile uscire dalla crisi, c’è bisogno di persone che sappiano guidarci in questo momento… Io ho ricevuto qualche giorno fa un invito per un convegno a Legoli, in Toscana. A parlare sarà Mortensen, il premio Nobel. Argomento: crisi e lavoro. Ci andrò, perchè credo sia importante sentire cosa ci può dire una persona come lui. Parlatene, diffondete la notizia, noi tutti abbiamo bisogno di far luce su questi tempi bui.