Bipolarismo e leadership

Un recente articolo di Pier Luigi Battista sul Corriere della Sera, “gli scomunicati del rozzo bipolarismo all’italiana”, ha spiegato perchĂ© in Italia il bipolarismo non calza a pennello sulla cultura politica italiana. Dalle cronache quotidiane dei partiti leggiamo che i leader veri e finti non accettano il contraddittorio con gli aspiranti alla leadership, sopratutto quando sono giovani e non appartenenti all’establisment del partito. E’ il caso di Renzi sindaco di Firenze al quale la coppia Bersani Vendola sta riservando alcune polpette avvelenate paragonandolo ad un asino che scalcia e bollando le sue idee vecchie “da anni ’80”. Senza senso del ridicolo perchĂ© le loro idee sono invece dell’800.  

Non c’è stata alcuna strategia persuasiva anche  nel modo in cui Berlusconi ha fatto dimettere Fini dal PDL. Una scomunica senza il pathos delle Catilinarie. Anche Bossi con il dito alzato ha dato dello “stronzo” al sindaco Tosi, mostrando una ruspante vivacità che attenua la portata denigratoria dell’epiteto. Una volta che li tocchi sul nervo scoperto della leadership questi personaggi non reagiscono parlando di valori quindi su ciò che potrebbe  rappresentare un bene per gli aderenti alla loro associazione partitica, ma semplicemente facendo appello alla pancia dei fedeli per scatenare gli istinti di vendetta verso i reprobi.

Anche Tremonti sta vivendo il suo momento della verità. Fino a poche settimane fa era l’uomo del governo che aveva difeso i conti dello stato, con tagli di ogni tipo e dimensione, oggi è visto come si vede Gregor Samsa  nella  metamorfosi di Franz Kafka: un intruso di cui bisogna  liberarsi. Purtroppo queste azioni preparatorie al defenestramento non sono sospinte da alcun conforto dialettico ma solo dal fatto che una “cosa” vale più di un’altra solo per ragioni quantitative, quindi chi ha la maggioranza non solo non tollera critiche ma non  può vedere nella critica alcuna  opportunità dialettica. Perché? Perché in Italia vige nei partiti il Fuhrerprinzip ed è per questo che i giovani leader nazionali al di fuori  dell’establishment sono una rarità. Vengono politicamente eliminati al primo vagito.  A coloro che tuttavia resistono consiglio la lettura dell’Enrico V, in particolare quando il re inglese  incita e incoraggia  i suoi poco prima della  battaglia di Agincourt dove i Francesi sono numericamente enormemente superiori. Egli rovescia il principio delle ragioni quantitative e pone l’enfasi sulle ragioni contrarie, il fatto di essere in pochi. “Se è destino che noi moriamo, siamo anche troppi e rappresentiamo una perdita già abbastanza grave per la nostra patria. Se invece è destino che si resti in vita quanto più sparuto è il nostro numero e tanto maggiore sarà la parte di gloria di ciascuno” Poi così conclude il giovanissimo re Enrico:

 “Noi pochi, noi pochi e felici, noi schiera di fratelli, poiché chi versa oggi il sangue per me sarà mio fratello….”

Erano pochi e vinsero. Coraggio datevi da fare.

  • Paolo

    Confesso una debolezza di fondo: mi è impossibile dar torto a chi cita Shakespeare in maniera adeguata al contesto. La prima cosa che viene in mente ad un (semi-ex) esperto di comunicazione e che rafforza questo pensiero è il livello delle interviste, in special modo quelle televisive. Il confronto con gli altri paesi occidentali risulta quasi umiliante; un nostro politico qualsiasi, di fronte alle domande standard di un giornalista anglosassone di medio livello ed uguale potere mediatico, fuggirebbe indignato dopo la seconda domanda gridando al complotto, alla mistificazione, alla partigianeria. Possiamo trovare mille ragioni per questo, ma le piĂą gravi sono a mio avviso due: la eccessiva personalizzazione della “ragione ultima”, per cui ormai il politico è il fine (e la fine) della politica; e la conseguente, endemica, mancanza di una chiarezza di idee, se non di idee tout court, posizione assai ardua per poter argomentare qualcosa di concreto. La triste sensazione è che qualsiasi dialettica venga spenta secondo la logica “non disturbate il manovratore”, che non ha portato grande fortuna ai popoli cui è stata applicata. Diventa subito evidente infatti che, come giĂ  accennato prima, l’atto stesso del manovrare prende facilmente il sopravvento sulle ragioni del manovrare e quindi perdere la rotta è l’esito piĂą probabile; peccato che noi siamo sulla nave.
    “La gloria è simile a un cerchio nell’acqua che va sempre allargandosi, sin quando per il suo stesso ingrandirsi si risolve nel nulla.” (Giovanna: da Enrico VI, atto I, scena II)

  • gabriele pillitteri

    Proprio nell’opera di Shakespeare meno fortunata ( nel senso che non ebbe un grande successo), l’Enrico VI, hai trovato la citazione piĂą appropriata per ricordarci che tutto è vano, anche la gloria.
    Pensarci ogni tanto fa bene. Invece ti ricordo la citazione di Obama al recente Niaf, l’associazione degli italiani d’America: “Cosa sarebbe la politica senza Machiavelli?” Questo significa che in America il Grande Fiorentino viene studiato. Sai quanti rappresentanti politici italiani ai massimi livelli di responsabilitĂ  farebbero la citazione del Presidente Obama?. Nessuno.That’s the difference.
    Edward

  • Paolo

    Nessuno, nobody, forse solo Napolitano saprebbe oggi andare negli USA a parlare con cognizione dei padri del pensiero politico statunitense, Washington, Lincoln, Thomas Jefferson e Theo Roosevelt (i quattro del monte Rushmore). Ma nessuno si informerebbe neppure, basti pensare al fatto che il ministro della cultura non è riuscita a capire quanto fosse assurda l’idea di un tunnel di 790 km per far passare la luce…. qui non serve essere luminari, basta guardare Wikipedia per 5 minuti. Purtroppo si è persa la coscienza del fatto che la cultura è il perno su cui ruota lo sviluppo di un popolo, senza cultura non vi sono innovazione e memoria, senza innovazione e memoria non c’ĂŞ progresso, senza progresso una nazione muore.