Il lavoro ci salverà?

Gabriele Pillitteri

Gabriele Pillitteri

Se guardiamo a come le imprese italiane si siano adeguate  a nuovi standard di produttività e convenienza senza intaccare la qualità dopo  l’ingresso della Lira nella  moneta unica europea nel 2001 e dopo la crisi del 2008 che ha mandato in tilt, prima  il sistema finanziario poi le economie dei paesi industrializzati, la risposta è si.

Il valore di conversione lira euro (1, 936) era troppo elevato e non corrispondeva alla debolezza  della nostra economia favorita da decenni di svalutazioni competitive.  Tuttavia quella zavorra che la Germania ci ha costretto ad indossare per punizione,  è stata salutare perché ha costretto le imprese italiane a competere nella nascente global economy, con gli strumenti del management: organizzazione, strategie, innovazione.

Nel biennio 2009-2010 le imprese italiane hanno ulteriormente modificato i loro assetti organizzativi. Assecondando un trend in atto da qualche anno hanno ridimensionato i livelli decisionali, hanno accorciato i processi produttivi, hanno aumentato l’intensità di capitale e ridotto l’intensità di lavoro a basso contenuto di competenze, hanno investito in formazione per adeguare gli skill alla  interdisciplinarietà delle funzioni nei processi, hanno accorpato funzioni simili e razionalizzato le strutture sul territorio risparmiando in logistica. Risultato? Nonostante tutto l’impresa italiana è la seconda per valore di merce esportata in Europa, incollata alla Germania. Ma è quel nonostante tutto che preoccupa un po’. Significa che ci siamo liberati della zavorra dell’Euro, abbiamo sconfitto il Cigno Nero apparso improvvisamente nel 2008, ma non riusciamo a crescere oltre l’1% del PIL, quando  va bene. Il  lavoro ci salverà, ma chi saranno i salvatori? Qui si richiede uno sforzo di immaginazione. Proviamo ad immaginare cosa accadrebbe se  nelle strutture  dove si forma il debito pubblico  si intervenisse alla stessa stregua di come le imprese hanno sistemato i loro affari in questi anni. Il catalogo è questo:

1)      mettere insieme in un unico centro decisionale e operativo le strutture con processi organizzativi fra loro simili; esempio L’Agenzia delle entrate con l’Agenzia delle dogane, la motorizzazione civile con l’ACI, gli Istituti di previdenza ecc . Si otterrebbero economie di scala, servizi migliori e risparmi nell’impiego del personale.

2)      Razionalizzare le strutture sul territorio. Ad esempio abolire le province, unire organizzazioni senza massa critica come tribunali e ospedali in piccoli centri e prefetture con meno di 300000 abitanti.

3)      Produrre maggior servizio con meno persone, rivedendo l’organizzazione del lavoro ed  i processi in relazione all’impiego di  nuove tecnologie volte a  migliorare il know how organizzativo e gestionale.

Le imprese italiane sono state costrette dalla concorrenza internazionale a seguire il catalogo del buon management,  cosa deve accadere perché le buone regole abbiano una naturale estensione nel pubblico?

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